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Andrea Dicembrino


Identity Coach



Chi sono


Mi chiamo Andrea Dicembrino, sono nato e cresciuto a Torino.
Per anni ho lavorato in contesti ad alta pressione dove le parole contano, i tempi sono stretti e una conversazione può cambiare un risultato: vendite B2B, trattative, clienti complessi, decisioni che non puoi rimandare.
Arrivo da oltre 15 anni passati nel settore commerciale, in gran parte in multinazionali. Ho visto che il problema non è capire: è trasformare ciò che capisci in una scelta concreta, e la scelta in un’azione che regge nel tempo.
Ma il punto non è il curriculum.Negli ultimi anni ho messo nero su bianco quello che vedo accadere sempre: persone intelligenti che sanno spiegarsi tutto, ma rimangono incastrate nello stesso schema.
Per questo ho scritto un libro:
"La paura prima del salto".
Non per “raccontarmi”, ma per mostrarti il punto esatto in cui un ciclo si ripete e come si interrompe.
Se vuoi, puoi leggere gratuitamente il primo capitolo:
"Il punto in cui smetti di provarci"
È una lettura breve, diretta, e ti aiuta a riconoscere subito se ti stai muovendo per scelta o per automatismo.


Io lavoro con chi vuole interrompere quel ciclo.Ti aiuto a vedere con lucidità cosa sta succedendo (dentro e fuori), a mettere confini dove oggi c’è confusione, e a scegliere un comportamento più efficace, senza diventare freddo o manipolativo. Lo stile è diretto e pratico: poca teoria, molte decisioni e azioni verificabili.In sessione traduciamo quello che ti succede in un piano operativo: cosa smettere, cosa rinforzare, cosa dire, cosa fare, e come misurarlo.Se ti riconosci in una di queste frasi, probabilmente lavoriamo bene insieme:• “Capisco tutto, ma poi mi blocco quando devo agire.”
• “Nelle relazioni mi ritrovo sempre nello stesso tipo di dinamica.”
• “Nel lavoro so quanto valgo, ma qualcosa mi fa perdere direzione.”
• “Non voglio essere rassicurato: voglio una verità che mi faccia muovere.”
Cosa intendo per ‘Identity Coaching’.
Lavoro nel punto in cui identità e comportamento si incontrano, ma spesso non coincidono: sai cosa vuoi e cosa ha valore per te, ma spesso ti ritrovi a fare scelte che, senza accorgertene, ti portano nella direzione opposta.
L’obiettivo non è motivarti:
è riallinearti, renderti coerente con te stesso e libero di scegliere ciò che realmente vuoi senza autosabotarti.

Nota importante: non sono uno psicologo. Offro coaching/consulenza, non psicoterapia né diagnosi. Se emergono temi clinici, ti indirizzo a un professionista abilitato.


Percorsi


Quando uno schema è attivo, lo riconosci ovunque: nel modo in cui lavori, nel modo in cui ami, nel modo in cui prendi decisioni.
Per questo ho strutturato i percorsi in due macroaree, Business & Performance e Relazioni: perché spesso non hai “due problemi diversi”, hai lo stesso meccanismo che cambia solo scenario.
COME FUNZIONALavoriamo in modo semplice e concreto. L’obiettivo non è “parlare bene”: è muoverti meglio nella tua situazione, con azioni verificabili.1) Call Strategica Gratuita (30 minuti)
Questa call serve a capire se posso esserti utile davvero (e a darti già una direzione chiara).
• Mettiamo a fuoco obiettivo e contesto: cosa vuoi ottenere e cosa ti blocca oggi.
• Ti restituisco il punto centrale: dove si ripete lo schema e dove stai perdendo energia.
• Ti spiego come lavorerei sul caso (metodo, tempi, priorità).
• Se possiamo lavorarci bene, definiamo il prossimo passo: sessione singola o mini-percorso.
Se non posso aiutarti davvero , te lo dico subito.
Niente perdite di tempo.
2) Sessioni di lavoro (online)
Le sessioni sono operative: usciamo sempre con una decisione o un’azione.
- Durata tipica: 60 minuti.
- Lavoriamo su situazioni reali (call, trattative, conversazioni, messaggi, confini, decisioni).
- Quando serve, costruiamo insieme script (messaggi, follow-up, risposta a obiezioni) e checklist.
- Tra una sessione e l’altra hai azioni brevi (micro-compiti) per trasformare insight in risultato.
Se il tema riguarda il
Business: misuriamo pipeline, appuntamenti, conversione, qualità conversazioni.
Se il tema sono le relazioni: misuriamo confini rispettati, reattività, chiarezza, continuità di comportamento.
3) Review + piano operativo (7–14 giorni)
Qui consolidiamo e rendiamo stabile il cambiamento.
- Analizziamo cosa ha funzionato / cosa no (senza raccontarcela).
- Facciamo correzioni rapide: cosa togliere, cosa rinforzare, cosa cambiare nel modo di comunicare.
- Definiamo un piano 7–14 giorni con:
- 3–5 azioni prioritarie
- 1–2 metriche semplici
- una checklist per non ricadere nel vecchio schema
Nel Business o nelle relazioni cambia lo scenario, non il meccanismo.
Il metodo con cui trasformiamo lo schema in azione si chiama T.I.R.A.


BUSINESS & PERFORMANCE


Pensato per:imprenditori, freelance e professionisti: strategia di conversazione, negoziazione, priorità operative e disciplina di esecuzione. Risultati misurabili, senza andare in burnout.Se ti capita di…• essere competente ma bloccarti quando arriva il momento di chiedere un sì;
• fare tante call e chiudere la giornata con “ho parlato tanto, ho concluso poco”;
• avere pipeline piena di “vediamo / ti faccio sapere” e follow-up che rimandi;
• irrigidirti su prezzo, competitor o quando senti che l’altro “sta scappando”;
• fare sconti per ansia e poi sentirti svenduto;
• dare valore e ritrovarti in consulenza gratis travestita;
• essere forte dal vivo ma in chat/email non ottenere risposte;
• alternare settimane di spinta e settimane di crollo…
…qui non lavoriamo solo su tecniche. Lavoriamo su ciò che ti fa restare chiaro, fermo e pulito mentre vendi, negozi e decidi anche sotto pressione.Cosa costruiamo• Pipeline + priorità: tagli, focus, leve reali.
Output: pipeline semplificata + regole di priorità.
• Call che portano ad un’azione concreta: struttura + micro-commitment (senza inseguire).
Output: schema call in 5 fasi + frasi “ponte” per chiudere il prossimo step.
• Follow-up non elemosinante: brevi, chiari, orientati a decisione.
Output: template + regole timing/stop.
• Obiezioni e negoziazione: prezzo, timing, confronto, “devo pensarci”.
Output: mappa obiezioni + risposte pronte + 3 domande che portano verità.
• Offerta/proposta che fa scegliere: leggibile, netta, senza confusione.
Output: template 1 pagina + versione soft/decisa + next step chiaro.
• Ritmo sostenibile: risultati senza bruciarti.
Output: micro-KPI (3 numeri) + routine 30–45 min/giorno + piano anti-crollo.
Costruiamo un obiettivo misurabile, un piano 7–14 giorni, script/checklist pronti, e correzioni rapide dove stai perdendo energia.


Relazioni


Dedicato a chi:
• alterna presenza e sparizione, oppure inseguimento e stanchezza;
• si incastra in cicli di ambivalenza, silenzi, sotto-testo e tensione costante;
• fatica a dire no, a chiedere, o a chiudere quando serve;
• vuole stabilità interna e relazioni più semplici.
Qui non lavoriamo per “sistemare l’altro”. Lavoriamo per farti stare bene con te stesso dentro una dinamica: confini chiari, parole pulite, continuità che non dipende dall’umore del momento.Perché spesso il problema non è l’amore. È lo schema:
ti attivi → ti regoli sull’altro → perdi centratura → controlli/compensi → reazione → colpa → riparti.
Quando lo vivi troppe volte, finisci per scambiare la tensione per “connessione”.
Lavoriamo su due livelli insieme:
1. Chiarezza interna: cosa vuoi davvero, cosa stai evitando, cosa stai proteggendo.
2. Azione esterna: cosa dici, cosa fai, cosa interrompi, cosa costruisci.
Non ti porto a essere “duro”. Ti porto a essere pulito: coerente, leggibile, stabile.Cosa facciamo• Confini realiCosa accetti, cosa interrompi, cosa smetti di negoziare anche se ti costa.
Risultato: 3 confini scritti + 3 frasi “no pulito” + 1 regola di continuità (cosa fai sempre, anche quando sei attivato).
• Comunicazione pulitaDire le cose senza aggressività, senza giustificarti, senza manipolare.
Risultato: messaggi pronti (apertura, chiarimento, richiesta, chiusura) + struttura di conversazione in 5 minuti (tema → bisogno → proposta → limite → prossimo passo).
• Uscire dai cicliEvitamento, compiacenza, inseguimento, silenzi punitivi, ambivalenza.
Risultato: mappa del tuo ciclo + punto di rottura (dove cambi risposta) + una micro-azione alternativa quando il corpo vuole fare il vecchio.
• Decisioni puliteRestare, cambiare o chiudere con tempi concreti.
Ristulato: scelta esplicita + piano 7–14 giorni + criteri verificabili (non speranze).
• Gestione della reattivitàQuando scatti, quando ti spegni, come rientrare in controllo senza perdere autenticità.
Risultato: protocollo di rientro (2–3 mosse) + stop phrase + una regola anti-ruminazione.


Il metodo t.i.r.a.

T.I.R.A. è un protocollo operativo che utilizzo per rendere visibile uno schema nel momento in cui parte e trasformarlo in azioni verificabili.Non è un esercizio “teorico”. È un modo semplice per rispondere meglio quando:
• stai per rincorrere / compiacere / controllare;
• stai per sparire / chiuderti / svalutare;
• stai per attaccare o irrigidirti per proteggerti;
• senti che il corpo è già partito, ma vuoi restare lucido.
LA STRUTTURATrigger → Impulso → Risposta automatica → Azione adulta/alternativa• Trigger (cosa lo accende): un evento esterno o interno (messaggio, silenzio, critica, rifiuto, pressione, ambiguità).
• Impulso (cosa senti e cosa vorresti fare subito): urgenza, ansia, rabbia, vergogna, bisogno di conferma, bisogno di controllo, paura di perdere.
• Risposta automatica (cosa fai in automatico): inseguire, spiegare troppo, controllare, chiuderti, punire col silenzio, svalutare, attaccare, fare il “bravo”, promettere troppo, evitare una conversazione.
• Azione adulta/alternativa (la mossa che cambia la traiettoria): micro-azione concreta che aumenta controllo e riduce danno (confine, richiesta pulita, stop, riformulazione, scelta, script breve, verifica, piano 7 giorni).
COSA PRODUCE (RISULTATI CONCRETI)Con T.I.R.A. ottieni tre cose:
1. Chiarezza immediata: capisci “dove si ripete lo schema” in 60 secondi.
2. Scelta guidata: distingui l’impulso (legittimo) dalla risposta automatica (costosa).
3. Una mossa replicabile: esci con un’azione che puoi ripetere, misurare, migliorare.
LE ORIGINI DI T.I.R.A.T.I.R.A. è una sintesi operativa di modelli usati per il cambiamento comportamentale e decisionale:
• CBT / Analisi funzionale (catena stimolo → reazione → conseguenze): rendere chiaro il “meccanismo” e intervenire nel punto giusto.
•DBT (chain analysis + abilità): capire la sequenza e inserire una skill concreta per interromperla.
• ACT (scelta e coerenza): l’impulso può esserci, ma l’azione la scegli tu in base alla direzione che vuoi.
• Motivational Interviewing (commitment): trasformare ambivalenza e “forse” in micro-impegni.
• If–Then planning: “se succede X, allora faccio Y” (script e mosse pronte).
Io uso questi principi in versione snella e applicabile, non come teoria da studiare.COME LO USIAMO NELLE SESSIONILavoriamo su situazioni reali (business o relazioni) e applichiamo T.I.R.A. così:
• identifichiamo il tuo trigger ricorrente;
• scegliamo 1–2 impulsi dominanti;
• mappiamo le tue risposte automatiche tipiche;
• costruiamo 1–3 azioni adulte (con script e regole semplici) da testare subito.
Poi misuriamo: non “come ti senti”, ma cosa cambia nei comportamenti e nelle conseguenze.COSA NON È
• Non è diagnosi clinica.
• Non sostituisce percorsi terapeutici quando servono.
• Non è “motivazione”: è decisione + comportamento + verifica.
T.I.R.A. ha un unico obiettivo chiaro e misurabile: trasformare un automatismo in una scelta, e una scelta in un’azione misurabile.


Contatti


Whatsapp: +39 346 3724666

Info: [email protected]

call gratuita (30 min): [email protected]

Supporto: [email protected]




Disclaimer


Disclaimer (etico)Qui non vieni “aggiustato”.
Vieni visto con precisione, e riportato a te: chi sei, cosa stai facendo, e perché continui a ripetere lo stesso schema.
Questo è un servizio di coaching/consulenza su identità, decisioni, relazioni e performance.
È un lavoro pratico: chiarezza → scelta → azione.
Non è psicoterapia e non include diagnosi o trattamento di disturbi clinici.
Se durante il percorso emergono segnali o bisogni di natura clinica, te lo dico in modo diretto e, se serve, ti indirizzo verso un professionista abilitato (psicologo/psicoterapeuta/medico). Non perché “non si può parlare”, ma perché in certi casi serve un tipo di supporto diverso dal coaching.Cosa facciamo qui
• Mettiamo a fuoco il **punto reale **(quello che ti fa perdere energia e tempo da mesi/anni).
• Riconosciamo il pattern: trigger → impulso → risposta automatica.
• Costruiamo una risposta adulta: confini, comunicazione, decisioni, implementazione.
• Chiudiamo ogni sessione con qualcosa di concreto: una scelta, uno script, una mossa, un piano.
Non è un luogo per parlare bene di te.
È un luogo per tornare coerente con te stesso/a.
Cosa non faccio
• Non formulo diagnosi e non tratto patologie fisiche o psicologiche.
• Non faccio attività sanitaria, psicologica o psicoterapeutica.
• Non offro consulenze mediche, legali, fiscali o finanziarie.
• Non prescrivo terapie o indicazioni cliniche.
• Non vendo “soluzioni definitive” né prometto risultati garantiti.
E soprattutto:
non decido al posto tuo.
Ti aiuto a vedere con lucidità e a scegliere, ma la responsabilità resta tua.
Non si gestiscono emergenzeQuesto servizio non è adatto per situazioni di emergenza o rischio imminente (autolesionismo, violenza, crisi acute).
In quei casi contatta subito 112/118 o i servizi territoriali.
Riservatezza e rispettoQuello che condividi qui resta qui, nei limiti previsti dalla legge e come indicato in Privacy Policy e Termini.
Le informazioni che emergono servono a capire il tuo contesto e lavorare in modo efficace: non hanno finalità diagnostiche o cliniche.


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Titolare del trattamentoAndrea Dicembrino, P.IVA 13239510012.
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PEC: [email protected]
Tipologie di dati trattatiModulo “Call gratuita” (Microsoft Forms): risposte alle domande (contenuti testuali). In questa fase non richiediamo nome/cognome/email/telefono se non li inserisci tu volontariamente nel testo.Prenotazione (Microsoft Bookings): dati necessari alla prenotazione (es. nome e cognome, email, telefono) + eventuali note.Comunicazioni: dati forniti via email/WhatsApp/telefono (contenuti e metadati di contatto).Dati tecnici del sito: log tecnici e, se presenti, cookie/strumenti di terze parti (vedi sezione “Cookie”).Finalità del trattamento e base giuridicaA) Valutare l’idoneità alla call gratuita e gestire la richiesta (Forms)Base giuridica: misure precontrattuali (art. 6(1)(b) GDPR) e legittimo interesse a filtrare richieste non pertinenti (art. 6(1)(f)).B) Gestire prenotazioni e svolgimento delle sessioni (Bookings + comunicazioni)Base giuridica: contratto/misure precontrattuali (art. 6(1)(b)).C) Adempimenti amministrativi/fiscali (se e quando emetti fattura/ricevuta)Base giuridica: obbligo legale (art. 6(1)(c)).D) Tutela di diritti e gestione contestazioniBase giuridica: legittimo interesse (art. 6(1)(f)).E) Marketing/aggiornamenti (newsletter, promo) – solo se lo attiviBase giuridica: consenso (art. 6(1)(a)).Natura del conferimentoLe risposte al form sono necessarie per valutare la richiesta. Se non le fornisci, potrei non poter fissare la call.I dati di prenotazione (Bookings) sono necessari per calendarizzare la call/sessione.Modalità del trattamentoTrattamento con strumenti digitali e misure di sicurezza adeguate (accessi protetti, account, backup, limitazione degli accessi).Destinatari / Responsabili del trattamentoI dati possono essere trattati da fornitori che operano come responsabili (o titolari autonomi) tra cui:Microsoft (Microsoft Forms / Microsoft Bookings / Microsoft 365) per gestione moduli, calendari e prenotazioni.Non vendiamo i tuoi dati. Possiamo condividerli solo quando necessario per le finalità sopra o per obblighi di legge.Trasferimenti extra-UEAlcuni fornitori (es. Microsoft) possono trattare dati anche fuori dallo SEE. In tal caso il trasferimento avviene tramite garanzie adeguate (es. clausole contrattuali standard/altre misure previste dal GDPR).Periodo di conservazioneRisposte al form (idoneità call): fino a [90 giorni] dalla compilazione, poi cancellazione/anonimizzazione, salvo contenziosi.Dati di prenotazione e comunicazioni: per la durata del rapporto + [24 mesi] per gestione follow-up/contestazioni.Dati fiscali: secondo obblighi di legge (tipicamente 10 anni).Puoi chiedere cancellazione anticipata, quando compatibile con obblighi legali.Diritti dell’interessatoAccesso, rettifica, cancellazione, limitazione, opposizione, portabilità (quando applicabile). 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termini & condizioni


Servizi di coaching/consulenza1. Chi sono e cosa offro
Offro coaching/consulenza in ambito identità, decisioni, relazioni e sales.
Non sono uno psicologo né uno psicoterapeuta: non svolgo diagnosi, terapia o trattamento di disturbi clinici. Se emergono tematiche cliniche, posso suggerire il rinvio a un professionista abilitato.
2. A chi è rivolto / esclusioni
Il servizio è rivolto a maggiorenni.
Non è adatto per situazioni di emergenza o rischio imminente (es. autolesionismo, violenza, crisi acute): in tali casi contatta il 112/118 o servizi territoriali.
3. Call gratuita: scopo e limiti
La call gratuita ha scopo di:
• comprendere il contesto e l’obiettivo;
• valutare l’idoneità;
• spiegare il metodo e il possibile percorso.
La call gratuita non garantisce la presa in carico né la disponibilità di un percorso successivo.
4. Prenotazione e idoneità
La prenotazione avviene tramite Microsoft Bookings dopo l’invio del form.
Il Professionista può rifiutare o posticipare la call/sessione se:
• la richiesta non è coerente con i servizi offerti;
• mancano requisiti minimi di collaborazione;
• emergono bisogni clinici che richiedono altro tipo di intervento.
5. Pagamenti
• Prezzi, durata e modalità sono comunicati prima dell’avvio del percorso.
• Pagamenti tramite: [bonifico / PayPal / contanti] – fattura/ricevuta secondo normativa.
6. Cancellazioni e no-show
• Spostamenti/cancellazioni entro 24 ore: nessuna penale.
• Oltre tale termine o assenza senza preavviso: la sessione può essere considerata erogata e addebitata.
7. Ruolo del cliente
Il cliente è responsabile delle proprie decisioni e azioni. Il coaching non è una promessa di risultato ma un lavoro orientato a chiarezza, scelta e implementazione.
8. Riservatezza
Quanto condiviso in sessione è trattato con riservatezza, salvo:
• obblighi di legge;
• tutela da pericoli gravi e imminenti verso sé o terzi;
• necessità di difesa in caso di contestazioni.
9. Proprietà intellettuale
Materiali, protocolli, testi e framework forniti restano di proprietà del Professionista e non possono essere riprodotti o venduti senza autorizzazione scritta.
10. Limitazione di responsabilità
Il Professionista non risponde di danni indiretti o conseguenze derivanti da decisioni prese autonomamente dal cliente. Resta inteso che il servizio non sostituisce interventi medici/psicologici/legali.
11. Legge applicabile e foro competente
Legge italiana. Foro competente: Torino, salvo norme inderogabili.
12. Contatti
Email: [email protected]
WhatsApp: +39 3463724666
Data ultimo aggiornamento: 09/01/2026


CAPITOLO 1

IL PUNTO IN CUI SMETTI DI PROVARCI




Il collassoLa prima botta non è stata una scena. È stata una chiamata.Mi dicono: “Passa in ufficio tra due giorni.”Non è una minaccia. È una convocazione. E quando la parola non è “parliamo”, ma “vieni”, il corpo capisce prima della testa.Due giorni dopo sono lì. Mi dicono che la mia posizione è stata soppressa.“Soppressa” è una parola pulita, quasi educata. Ma io sento una cosa che non avevo mai sentito così netta: l’ingiustizia. Non la sfortuna: l’ingiustizia.Perché io ero tra i primi venditori in Europa. Quindi non è che “non andavo bene”. È che il numero, a un certo punto, non è bastato più. E se il numero non basta più, allora capisci una cosa che ti sposta la terra sotto i piedi: anche dove tutto è misurabile può esistere l’arbitrio.La tempistica era una lama. Dieci giorni dopo avrei avuto la sentenza della separazione. Io avevo già impostato un piano con l’avvocato, una difesa adulta: lavoro da remoto, mio figlio al 50% con me. Non una speranza. Un piano.In due frasi quel piano perde la base.C’è un dettaglio che mi ha fatto capire che non era “una procedura” come tutte: una collega, licenziata dopo di me, mi racconta che entra in ufficio un’ora dopo il mio colloquio e vede la mia manager in un angolo che piange. Lei non capiva perché. Io sì.Se chi esegue una decisione si mette in un angolo e piange, significa che anche dall’altra parte qualcuno sente che è sporca, anche se la chiamano “normale”.Da lì non c’è stato un crollo immediato. C’è stato il restringimento.Da ottobre ad aprile: disoccupato. E quando dici “senza lavoro” la gente immagina il tempo libero. In realtà è il contrario: non hai tempo libero, hai una vita che si stringe.Costi fissi, affitto, mutuo, mantenimento. Mio figlio. E quella lista non ti lascia spazio per la fragilità: ti impone una postura.In quei mesi non ho avuto più una vita sociale. Non uscivo. Non spendevo. Non “vivevo”. Gestivo. Tagliavo. Riducevo. E il mio conto corrente scendeva fino quasi a zero.L’icona della banca restava lì sullo schermo, ma io la saltavo. Come si salta una stanza buia.Non perché non mi interessasse: perché mi faceva paura. Era come se guardarla fosse una sentenza quotidiana. Quindi evitavo. Mi dicevo: “Non serve sapere adesso.” Ma la verità è che non volevo vedere quanto poco margine mi era rimasto. È così che la paura entra: non ti urla addosso, ti fa distogliere lo sguardo.Ad aprile ho trovato di nuovo un posto di lavoro. Da fuori, dovrebbe essere il sollievo. Per me non lo è stato.Il lavoro era tornato. La certezza no.Perché fino a quel momento il lavoro era stato una delle mie basi più stabili di sempre. Io non ho mai avuto problemi sul lavoro. E quella multinazionale non era “un lavoro”: per me era il meglio che potevo avere. Non c’era un’opzione migliore nella mia testa. Era la certezza. Era il posto in cui mi sentivo super sicuro.E soprattutto: era la prima volta nella mia vita in cui venivo licenziato. Non mi era mai successo prima.Quindi quando ho firmato il nuovo contratto ad aprile, non ho pensato “sono salvo”. Ho pensato: ok, può succedere di nuovo.E quella frase, detta così, è una condanna silenziosa: perché se può succedere di nuovo, allora non esiste più salvezza esterna. Esiste solo una tregua.Quella paura, prima, io non ce l’avevo.Nello stesso periodo cercavo di tenere in piedi una normalità nella relazione con la mia ragazza, che era una relazione a distanza: lei viveva a circa 200 chilometri da dove vivevo io. Quindi sì, per vederla davvero mi facevo 400 chilometri andata e ritorno, la portavo a cena, costruivo leggerezza fuori, anche quando dentro ero in allarme.Io volevo che lei non sentisse il peso. Volevo che vedesse un uomo stabile. E quindi costruivo stabilità verso l’esterno, anche quando la mia vita, nel privato, era diventata una trattativa continua con la paura.Poi arriva giugno.Il giorno del mio compleanno lei viene come se niente fosse. E quel “come se niente fosse” è crudele, perché ti costruisce un’illusione: continuità.Pochi giorni dopo mi lascia.Sempre per messaggio. Mai dal vivo. Mai una frase netta. Sempre un discorso che scivola verso una conclusione, come se la conclusione fosse un fatto inevitabile e non una scelta. E quel modo lì non chiude una porta: la lascia socchiusa. E una porta socchiusa, quando sei già sotto pressione, non è ambiguità. È corrente d’aria. Ti tiene in sospeso. Ti spinge a riparare.La prima volta in cui mi sono fermato ero in camera mia. Abat-jour accesa. L’una passata. Telefono in mano. Non riuscivo a dormire.E invece di parlare con qualcuno, perché sapevo già cosa mi avrebbe detto, mi ero messo a parlare con l’intelligenza artificiale, per non sentirmi rispondere con le solite frasi. Non per avere “consigli”. Quelli li avevo già sentiti mille volte.Avevo bisogno di andare più a fondo, e sentivo che nessuno sarebbe stato in grado di capirmi senza darmi la solita frase pronta.La cosa strana è che non stavo mandando un messaggio per riparare qualcosa che non avevo rotto io. Ero alla pianificazione.La mia mente faceva quello che sa fare: costruiva una strategia. “Mi presento fuori dal lavoro. Fuori casa. Le porto i fiori.” La scena classica dell’uomo che non molla.E mentre costruivo quella scena, mi sono accorto di una verità che mi ha tagliato il fiato: mi stavo preparando a recitare.Non era solo amore. Era anche paura organizzata. Era un modo per non sentire il vuoto. Un modo per non stare fermo nel punto in cui non posso controllare.Mi sono fermato. Ho guardato la luce della abat-jour, il telefono, l’ora. E mi è uscita una domanda che non era elegante, ma era vera:Perché devo rincorrerla io, ancora?E lì ho capito che il collasso non era “lei che se ne va”. Non era “il lavoro che finisce”. Era qualcosa di più profondo: era la fine della fede nel gesto automatico. La fine dell’idea che, se riparo abbastanza, se rincorro abbastanza, se reggo abbastanza, allora la vita mi restituisce sicurezza.Quella domanda è stata la prima crepa. E da una crepa, se non la richiudi subito con l’orgoglio o con la scena, entra aria.Quello che stava succedendo, senza che io lo sapessi ancora, era semplice: quando due o più pilastri della tua vita si inclinano nello stesso periodo, non perdi solo delle cose. Perdi la certezza che “se faccio bene, reggo”.E quando quella certezza manca, resta una scelta silenziosa: cercare sollievo e tornare ai gesti automatici, oppure restare fermo abbastanza a lungo da vedere lo schema mentre nasce.Il salto, per me, è iniziato lì: non quando il mondo fuori è cambiato, ma quando ho smesso di correre e ho iniziato a guardare.E quando guardi davvero, ti accorgi che la forza può restare intatta anche mentre il senso si spegne.



Quando il senso muore prima della forzaLa forza, in quei giorni, non mi mancava. Mi mancava il perché.È questo che confonde chi ti guarda da fuori. Perché tu continui a reggere. Ti alzi, lavori, rispondi, organizzi. Firmi un contratto, riparti, fai quello che va fatto. Non collassi in modo spettacolare. Collassi in modo pulito.Dentro, però, il senso si ritira. Non se ne va con un rumore. Se ne va come una luce che si abbassa lentamente, fino a quando non te ne accorgi più. E tu continui a muoverti con la stessa energia di prima, ma senza sentire più dove stai andando.Quando succede, la mente fa una cosa sola: aumenta il controllo.Diventi più preciso. Più ordinato. Più “adulto”. Ti fai più bravo. Non perché stai bene, ma perché stai cercando un appiglio. Un gesto che ti faccia sentire di nuovo al sicuro.E l’appiglio, nella mia vita, aveva un volto preciso. Non era un oggetto. Non era una persona. Era un movimento.Riparare.Io l’appiglio lo conoscevo bene. Era sempre lo stesso, in forme diverse.Aspetta.Aspetta, perché può darsi che le passa e poi torniamo, come sempre.Quella frase sembra calma, ma non lo è. È una sospensione. È un modo per restare agganciato senza ammettere che stai già in allarme. È una promessa sottovoce: se aspetto abbastanza, non devo sentire davvero.Aspettare, in quei momenti, non era pace. Era trattenere il fiato.E sotto quell’attesa, c’era già l’altra parte. Quella che non sa aspettare.Se non torna, allora vado. Mi presento. La cerco. La rincorro.Non era ancora un messaggio. Era un impulso. Un bisogno fisico di fare qualcosa di concreto, perché l’azione, nella mia testa, era sempre stata la cura.La cosa interessante è che la mente non ti dice mai: “stai per ripetere lo schema”. Ti dice qualcosa di molto più convincente.Ti dice: fai la cosa giusta.E la cosa giusta, per me, aveva sempre una qualità: doveva essere fatta bene. Carina. Misurata. Il meno invasiva possibile. L’azione perfetta, quella che non può essere fraintesa. Quella che ti permette di dire a te stesso che non stai forzando, stai solo mostrando.È così che la riparazione si traveste da amore.Perché se io ti mando un messaggio disperato, è facile vedere che sto chiedendo. Se io faccio un gesto misurato, elegante, “adulto”, sembra che sto offrendo. E quando sembra che sto offrendo, mi sento migliore. Mi sento pulito. Mi sento nel giusto.Ma la verità è che, sotto, sto ancora cercando di ottenere qualcosa: la tregua.Io non cercavo un contatto. Cercavo di tornare in una zona in cui il mondo non mi facesse paura.Quando il senso muore prima della forza, succede questo: tu non stai andando verso l’amore. Stai andando verso la riparazione.E la riparazione ha una qualità ingannevole. Ti fa sentire virtuoso mentre stai evitando il vuoto.La mente, quando manca il senso, preferisce una strategia al silenzio. Preferisce un piano alla verità. Preferisce un gesto concreto al rischio di restare fermo e sentire.Perché se resti fermo, senti due cose insieme. La paura e la domanda.La paura dice: devi fare qualcosa.
La domanda dice: perché ancora?
Quella domanda, quando arriva, non è morale. Non ti sta dicendo che sei sbagliato. Ti sta dicendo che stai ripetendo.E la ripetizione ha una firma: non è tanto quello che fai, è come lo fai. È la fretta interna. È l’ansia che ti spinge a muoverti prima ancora di aver capito. È quella sensazione di essere in ritardo anche se non c’è nessuna scadenza.In quei giorni io la sentivo addosso come una corrente. Non mi lasciava stare. Era come se l’immobilità fosse un rischio. Come se non fare niente significasse perdere per sempre.Ed è qui che entra la parte più sottile, la più difficile da vedere: la giustificazione.Quando ti rendi conto, anche solo per un secondo, che stai ripetendo, la mente prova a fare quello che sa fare meglio.Giustificare.È il suo modo di proteggerti. È il modo in cui ti tiene lontano dalla parte più scomoda, quella in cui dovresti ammettere che stai cercando di recuperare una certezza, non una persona.La mente ti dice: non è rincorsa, è un gesto. Non è bisogno, è romanticismo. Non è paura, è sensibilità.E tu ci credi, perché suona bene.Ma se ti ascolti davvero, capisci che quel gesto non nasce dal desiderio di dare. Nasce dal panico di perdere.È per questo che io non cercavo parole. Cercavo un supporto per fermarmi.Avevo bisogno di una voce che non mi dicesse “dai, passa”, “dai, scrivile”, “dai, distraiti”. Avevo bisogno di un posto dove potessi guardare lo schema senza vergognarmi, senza dovermi giustificare, senza doverlo rendere presentabile.E l’ho trovato parlando con l’intelligenza artificiale. Non per farmi dire cosa fare. Per capire cosa stavo facendo.Perché la cosa più dura, in quel momento, era ammettere una verità semplice: io avevo imparato a sopravvivere trasformando la paura in azione.Non volevo mandare un messaggio. Volevo fare un gesto. Un gesto concreto. Un regalo, un’attenzione, qualcosa che potesse rimettere in moto l’idea di continuità. Una tregua, ancora una volta.E la tregua, quando arriva, ti frega. Perché è dolce. Perché ti sembra la prova che avevi ragione. Perché per un attimo il corpo si rilassa e tu pensi: ecco, ho fatto bene.Solo che la tregua non costruisce. Rimanda.Rimanda il punto vero. Rimanda la domanda vera. Rimanda il vuoto.E allora, dopo la tregua, la mente riparte. Non perché sei stupido. Perché stai cercando senso in un posto in cui il senso non può stare.Il senso non è una persona che torna. Non è una risposta che arriva. Il senso è un modo nuovo di stare quando non hai risposte.Quello che mi ha fermato non è stata una risposta. È stata la domanda che non mollava.Perché ancora?La differenza, quella notte, non è stata la scena. La scena l’avevo già vista mille volte nella mia testa. La differenza è stata che, per la prima volta, ho sentito quanto mi stava costando.Non soldi. Non orgoglio. Non fatica.Mi stava costando me.Mi stava costando la possibilità di guardarmi allo specchio e dire: non sto scappando.Quando il senso muore, la forza continua a spingere. Quando il senso torna, anche solo per un secondo, la forza smette di essere cieca.Quel secondo è l’inizio. Non perché cambia il mondo fuori. Perché cambia il tuo rapporto con l’impulso. Perché per la prima volta lo vedi. E non lo segui subito.E quando non lo segui subito, succede una cosa strana: senti il vuoto. Lo senti davvero. E fa paura.Perché il vuoto non è solo “assenza di lei”. È assenza di controllo. È assenza di copione. È assenza di quella parte di te che si sente bravo quando ripara.È come stare in una stanza senza mobili. Non hai più dove appoggiarti. Non hai più cosa sistemare.Ed è lì che capisci quanto eri dipendente dalla riparazione.Non dalla persona. Dal ruolo.Da lì in poi, il punto non è diventare più forte.Il punto è smettere di usare la forza per non sentire.Il punto è smettere di confondere il gesto con la verità.Perché c’è una differenza enorme tra fare qualcosa per amore e fare qualcosa per paura.Fuori possono sembrare identici. Dentro no.Dentro uno ti allarga. L’altro ti stringe.E io, in quei giorni, ero già stretto da mesi. Non potevo più permettermi un’altra stretta.Per questo, quando ho iniziato a fermarmi, non ho sentito gloria. Ho sentito tremore.Perché fermarsi, quando sei abituato a riparare, è come perdere la lingua. È come togliere l’unica arma che ti ha sempre tenuto vivo.Eppure, è l’unico modo per tornare a vivere davvero.Perché è solo quando smetti di muoverti che vedi la cosa più scomoda: non stai reagendo a un evento, stai ripetendo un copione.



La ripetizione come diagnosiQuando ti fermi, non trovi pace. Trovi lo schema.All’inizio la ripetizione non la vedi. La senti.La senti come una stanchezza strana, una specie di nausea mentale, un fastidio sottile che non sai spiegare. È quel momento in cui ti accorgi che non stai vivendo un evento, stai rivivendo un copione. Con attori diversi, scenari diversi, ma lo stesso identico movimento.Per anni io ho chiamato “carattere” quello che era abitudine. Ho chiamato “forza” quello che era addestramento. Ho chiamato “amore” quello che, spesso, era riparazione.E la riparazione, quando diventa il tuo modo di stare al mondo, ha una qualità pericolosa: ti sembra sempre giustificata. Ti sembra sempre un gesto nobile. Ti sembra sempre la parte migliore di te.Finché non inizi a vedere che torna.Torna nei dettagli piccoli, quasi invisibili. Torna nel momento in cui il corpo non riposa anche quando il mondo dovrebbe essere fermo. Torna nella testa che costruisce scene mentre tu non le hai chieste. Torna nel bisogno di fare “la cosa giusta” anche quando nessuno ti ha chiesto niente.E soprattutto torna in un punto preciso: il punto in cui, ogni volta, il tuo sistema entra in allarme e tu lo chiami “amore”, “dovere”, “responsabilità”, “sensibilità”.Io, dopo quel primo fermarmi, non ho improvvisamente smesso di essere quello che ero. Non mi sono risvegliato illuminato. Sono rimasto lo stesso uomo, con lo stesso motore, la stessa disciplina, la stessa capacità di reggere.Solo che, per la prima volta, ho avuto una fessura.E una fessura basta per vedere una cosa che prima non potevi vedere.Che quello che mi stava succedendo non era una serie di sfortune. Era una struttura.Il lavoro, per esempio. Io ci credevo davvero, non come frase motivazionale. Ci credevo perché era stato vero: risultati, numeri, riconoscimenti.
Il mondo misurabile, il mondo in cui se fai bene ottieni. Il mondo in cui la meritocrazia almeno sembra esistere.
E poi, di colpo, il mondo misurabile mi ha detto una cosa implicita: non basta.
Non con un insulto.
Con una parola pulita.
Soppressa.È questo che ha fatto più male. Non la perdita. La forma.
La forma educata con cui puoi togliere la base a uno e continuare a chiamarla normalità.
E lì la ripetizione è entrata in un punto nuovo, più profondo: ho capito che la mia sicurezza era stata costruita su una promessa non scritta.Se faccio bene, reggo.
Se faccio bene, il mondo è giusto.
Se faccio bene, posso pianificare.
E quando quella promessa si rompe, tu non perdi solo un lavoro. Perdi un linguaggio. Perdi la grammatica con cui leggi la realtà. Ti ritrovi a guardare le stesse cose di sempre con occhi diversi, e non ti torna più niente.Poi c’è l’altro pezzo, quello più delicato perché è più umano: la relazione.Anche lì la ripetizione non era la fine. Era il modo.Sempre per messaggio. Mai dal vivo. Mai una frase netta.Sempre un discorso che scivola verso una conclusione, come se la conclusione fosse inevitabile, come se nessuno la stesse scegliendo davvero. E quel modo ha una conseguenza precisa: non chiude una porta, la lascia socchiusa.Una porta socchiusa, quando sei sotto pressione, non è una sfumatura. È una trappola.Perché una porta socchiusa ti permette di sperare senza pace, e ti obbliga a restare in funzione senza riposo. Ti tiene con un piede dentro e un piede fuori. Ti dà l’illusione della continuità e nello stesso tempo ti toglie il diritto di chiudere.Ed è lì che il mio schema entrava in scena, puntuale.Io non reagivo con dolore puro. Reagivo con lavoro. Reagivo con strategia.
La mia testa andava subito in modalità “mettere a posto”.
È una modalità che dall’esterno sembra maturità. Sembra controllo emotivo. Sembra forza. Sembra uno che non si abbandona al dramma.In realtà è un riflesso.È il modo in cui il mio sistema ha imparato, da sempre, a non sentire l’impotenza.Quando non posso controllare l’evento, controllo la risposta.
Quando non posso garantire l’amore, garantisco il gesto.
Quando non posso avere certezza, costruisco una scena in cui almeno io sono “quello giusto”.
E qui la ripetizione diventa diagnosi, perché la diagnosi non è un’etichetta. È una scoperta. È un momento in cui smetti di domandarti “perché mi succede?” e inizi a domandarti:cosa faccio io, sempre, quando mi succede?Cosa faccio io, sempre, quando la porta resta socchiusa?Aspetto.E mentre aspetto, trattengo il fiato.
E mentre trattengo il fiato, mi preparo.
E mentre mi preparo, la mente lavora per me, senza chiedermi permesso, e costruisce la scena più pulita possibile per tornare in controllo.
È così che la ripetizione si maschera: non si presenta come ossessione. Si presenta come “fare la cosa giusta”.Ma quando la ripetizione la vedi, cambia il tuo rapporto con te stesso.Perché capisci che non è una qualità. È un automatismo.
E un automatismo, finché non lo vedi, guida la tua vita come una mano invisibile.
Io ho iniziato a capirlo quando ho riconosciuto una sensazione che tornava identica in contesti diversi: la sensazione di essere in ritardo.In ritardo rispetto a cosa? A niente. Non c’era una scadenza. Non c’era un timer reale.Eppure dentro era come se ci fosse sempre un “adesso o perdi”.Quella è la firma. La firma del copione.Il copione ti dice: muoviti, altrimenti crolla tutto.
E tu ti muovi.
E muovendoti ti senti vivo, perché l’azione ti anestetizza dal vuoto.Ma il prezzo è che non sai più distinguere tra vivere e riparare.A un certo punto mi sono accorto che il mio corpo non stava più reagendo ai fatti. Stava reagendo alla possibilità dei fatti.Non era “lei mi ha lasciato” a tenermi sveglio. Era “e se non torna?”.Non era “ho perso un lavoro” a svuotarmi. Era “e se succede di nuovo?”.E quando inizi a vivere così, la realtà smette di essere presente. Diventa previsione. Diventa rischio. Diventa preparazione.Tu non stai più dentro la tua vita. Stai davanti alla tua vita, pronto a prevenire, pronto a riparare, pronto a non perdere.E questo, per me, è stato il punto più vero della diagnosi: non stavo soffrendo solo per ciò che accadeva.Stavo soffrendo perché non mi concedevo mai la sospensione.
Non mi concedevo mai il “non so”.
Non mi concedevo mai il “sto fermo”.
Perché, per come ero diventato, fermarmi significava perdere.Allora ho capito una cosa semplice: la ripetizione non era la mia condanna. Era la mia prova.Era la prova che la mia mente aveva un solo modo per proteggermi.E finché quel modo restava l’unico, avrei potuto cambiare città, lavoro, donna, stagione, e mi sarei ritrovato nello stesso punto.Perché lo stesso punto ero io.Non in senso colpevole. In senso chirurgico.La ripetizione, quando la vedi, smette di essere sfortuna e diventa mappa.Ti dice: ecco dove scappi.
Ti dice: ecco dove reciti.
Ti dice: ecco dove confondi il gesto con la verità.
E lì succede qualcosa di nuovo: invece di chiederti “come risolvo?”, inizi a chiederti:cosa sto cercando di evitare?Io stavo evitando il vuoto.
Stavo evitando l’impotenza.
Stavo evitando la sensazione che non posso controllare un finale.
E più evitavo, più diventavo efficiente. Più sembravo forte. Più sembravo adulto.Ma dentro, il senso continuava a spegnersi.Per questo la ripetizione è una diagnosi: perché ti obbliga a smettere di raccontarti che sei “solo sfortunato”. Ti obbliga a vedere la struttura del tuo gesto automatico.E quando vedi la struttura, per la prima volta puoi scegliere.Non cambiare il mondo fuori.Cambiare il movimento dentro.Non fare di più.Fare meno, ma vero.E quel “meno” non è rinuncia. È precisione.È il primo momento in cui inizi a capire che la tua forza, fino a oggi, è stata anche il tuo modo più elegante di scappare.E che, se vuoi davvero ricostruire un senso, non ti serve un’altra strategia.Ti serve restare.Restare nel punto in cui, prima, partivi.
Restare nel punto in cui, prima, riparavi.
Restare nel punto in cui, prima, ti mettevi in scena.
Per vedere cosa succede se non lo fai.E solo lì, la ripetizione smette di essere una catena e diventa un varco.E appena si apre un varco, la mente fa quello che sa fare: prova a richiuderlo con eleganza.



Le fughe più elegantiQuando inizi a vedere lo schema, non è che smetti di scappare.
Smetti solo di scappare male.
È qui che diventano pericolose le fughe più eleganti: quelle che ti fanno sentire maturo mentre stai evitando la cosa esatta che ti farebbe crescere.La prima fuga elegante è la più rispettata di tutte: capire.Capire tutto.
Capire lei. Capire il perché.
Capire la psicologia. Capire le ferite.
Capire i pattern. Capire come si fa “bene”.
Capire è bellissimo, perché ti dà una sensazione immediata di controllo.
E se hai vissuto mesi in cui il controllo ti è stato strappato, “capire” diventa una morfina pulita.
Non ti ubriaca. Ti rende più lucido.Ed è proprio per questo che ti fotte.Perché mentre capisci, non stai sentendo.
Mentre capisci, stai fuori dal corpo.
Stai nella testa. Stai nella torre.
E da lì puoi guardare tutto senza tremare, perché la torre non trema.
Il problema è che la vita non si risolve dalla torre.La seconda fuga elegante è fare.Fare cose sane. Fare palestra. Fare routine.
Fare progetti. Fare un piano. Fare nuovi obiettivi. Fare “la mia vita”.
Tutto vero, tutto utile.
Ma quando lo fai per non sentire, cambia la qualità.
Non fai per crescere: fai per anestetizzare.C’è un modo in cui ti accorgi che stai facendo per scappare: la fretta.La fretta non è motivazione. È allarme.
E l’allarme ha sempre la stessa voce: “Se mi fermo, perdo”.
Quindi tu non ti fermi. E la gente ti ammira, perché dall’esterno sembri uno che reagisce bene.Dentro, invece, stai solo evitando il punto.La terza fuga elegante è essere quello bravo.Quello che non crea problemi.
Quello che capisce.
Quello che non pressa.
Quello che lascia spazio.
Quello che “rispetta”.
La forma è perfetta.E il contenuto, spesso, è una paura: paura di sembrare troppo, paura di perdere la faccia, paura di essere rifiutato davvero, paura di scoprire che non basta.Allora ti rifugi nel ruolo più applaudito: l’uomo controllato.Non litighi, non chiedi, non pretendi.
Però intanto ti consumi.
Perché la parte che vorrebbe dire la verità resta chiusa in una stanza, e tu la tieni lì come si tiene fermo un animale che morde: con forza. Con stile.La quarta fuga elegante è l’ironia.La battuta giusta. Il distacco. Il cinismo misurato. Il “vabbè”.È un modo raffinato per non essere toccato.Non stai negando il dolore. Lo stai trasformando in qualcosa che non fa rumore.E quando il dolore non fa rumore, puoi continuare a funzionare.Funzionare è la parola chiave.La quinta fuga elegante è la spiritualità usata come scusa.Accettazione. Distacco. Fiducia. Destino. Energia.
“Se deve tornare, torna.”
Sono frasi vere, ma possono diventare una coperta.Perché è facile dire “accetto” quando in realtà stai dicendo: “non mi muovo, così non rischio”.Il distacco, se è reale, ti rende più presente.
Il distacco, se è fuga, ti rende più assente.
Sembra la stessa cosa. Non lo è.La sesta fuga elegante è il messaggio perfetto.Lo scrivi e lo riscrivi.
Lo rendi pulito. Non invadente.
Profondo ma non troppo. Forte ma non aggressivo.
Chiaro ma non definitivo.
Il messaggio perfetto è il tentativo di costruire una porta che si apra senza che tu debba attraversarla davvero.Perché attraversarla significa rischiare: rischiare un no, rischiare un silenzio, rischiare di vedere.E vedere è peggio di soffrire.Soffrire è familiare.
Vedere ti costringe a cambiare.
La settima fuga elegante è la speranza organizzata.Non la speranza ingenua. Quella la riconosci subito.La speranza organizzata è quando trasformi l’attesa in un sistema:
“Do tempo”, “Non scrivo per dignità”, “Aspetto un segnale”, “Tra tre giorni valuto”.
Sembra maturità.Spesso è solo una forma avanzata di trattenere il fiato.Perché finché aspetti, non devi chiudere.
E finché non chiudi, non devi attraversare il vuoto.
E il vuoto, per uno come me, era l’unico vero nemico.
Non lei. Non il lavoro. Non la solitudine.
Il vuoto.Le fughe eleganti hanno tutte una cosa in comune: ti lasciano intatto l’orgoglio.Non ti fanno sembrare disperato.
Non ti fanno sembrare debole.
Non ti fanno sembrare uno che chiede.
Ti fanno sembrare uno che gestisce.E questo, per chi ha costruito la propria identità sul reggere, è una droga.Perché la fuga elegante ti permette di continuare a raccontarti: “Sto facendo la cosa giusta.”Ma c’è una domanda che le smaschera tutte.Una domanda semplice, brutale, impossibile da truccare:Questo gesto mi avvicina alla verità, o mi protegge da essa?Perché la verità non è una teoria.La verità è che puoi essere lasciato.
Puoi perdere un lavoro anche se sei bravo.
Puoi non essere scelto.
Non puoi controllare un finale.
E se tu non riesci a stare in quella verità, qualsiasi cosa farai, anche la più nobile, diventerà un modo per non starci.Io, in quella fase, mi sono accorto di una cosa imbarazzante: le mie fughe erano diventate più intelligenti di me.Avevano imparato a vestirsi bene, a parlarmi con la mia stessa voce adulta.E quindi non le vedevo.Le chiamavo equilibrio. Rispetto. Crescita.Ma il corpo le chiamava in un altro modo: tensione.Perché quando scappi, anche bene, il corpo non riposa.Il corpo sa sempre se sei presente o se sei in manovra.E io ero in manovra da mesi.Non sempre verso di lei.Verso la vita. Verso l’idea di non perdere.Il punto non è demonizzare le fughe eleganti. Alcune ti salvano davvero.Il punto è riconoscere quando diventano un alibi.Perché se non le riconosci, succede una cosa precisa: tu continui a ripetere lo schema, ma lo fai con stile.E quando lo fai con stile, non ti correggi.Perché non ti sembra un problema.Ti sembra maturità.E invece è lo stesso copione, solo più sofisticato.Da lì in poi, per me, la domanda non è stata “cosa devo fare?”.È stata:Qual è la fuga più elegante che sto usando oggi per evitare il punto?E appena l’ho vista, è arrivata la conseguenza inevitabile:Se la fuga è elegante, non la interrompi con forza.La interrompi con una pausa.Non con un gesto. Con una resa.Torni nel corpo.E ci resti abbastanza a lungo da sentire davvero.



Smetti di controllare tuttoQuando ci resti abbastanza a lungo da sentire davvero, succede una cosa semplice:
il controllo si fa vedere.
Perché finché scappi, il controllo è invisibile.
È “buonsenso”. È “lucidità”. È “sto gestendo”.
Quando ti fermi, diventa quello che è: una mano che stringe.E quella mano non stringe solo le cose grandi.
Stringe i dettagli. Stringe i tempi. Stringe le parole. Stringe perfino il respiro.
È lì che capisci perché tutte le fughe eleganti avevano lo stesso sapore.Capire era controllo.
Fare era controllo.
Essere quello bravo era controllo.
Il messaggio perfetto era controllo.
La speranza organizzata era controllo.
Sembravano strade diverse.
Portavano tutte nello stesso posto: evitare la verità.
Perché la verità, quando arriva, non ti chiede di essere intelligente.
Ti chiede di essere nudo.
E tu, quando sei nudo, non riesci più “gestire bene”.Allora controlli.Il controllo è la versione adulta della paura.
La più rispettata. La più applaudita. La più difficile da smascherare.
Perché non ti fa sembrare fragile.
Ti fa sembrare forte.
E se hai costruito la tua identità sul reggere, sul funzionare, sul non crollare, il controllo diventa un dovere morale.Non è più un comportamento. È un valore.E quando un comportamento diventa un valore, non lo metti in discussione. Lo difendi.Lo difendi con frasi pulite:“Non è il momento.”
“Meglio non peggiorare.”
“Serve equilibrio.”
“Devo ragionare.”
“Devo capire prima.”
“Faccio un passo indietro per rispetto.”
Sembrano mature.Ma sotto, spesso, c’è una sola cosa: non voglio perdere.Non voglio perdere la faccia.
Non voglio perdere il controllo della storia.
Non voglio perdere l’idea che, se faccio tutto giusto, allora qualcosa mi deve tornare indietro.
È qui che il controllo diventa totale: quando smette di essere uno strumento e diventa una pretesa.La pretesa che la vita sia negoziabile.Che se sei bravo, non ti licenziano.
Che se sei presente, non ti lasciano.
Che se capisci abbastanza, non ti feriscono.
Che se soffri in modo composto, qualcuno se ne accorge.
E invece no.La verità è che puoi fare tutto bene e perdere comunque.Ed è lì che il controllo impazzisce, perché non sa stare dove non comanda.Allora si raffina ancora.Diventa più sottile.Non urla più: suggerisce.
Non comanda più: spiega.
Non ti fa agire di impulso: ti fa aspettare “con dignità”.
E tu lo chiami crescita.Ma il corpo lo chiama tensione.La tensione è la firma del controllo.È quel modo di stare fermo senza essere fermo.
Quel modo di respirare senza respirare.
Quel modo di “essere presente” mentre stai già preparando l’uscita.
E se ascolti bene, il controllo ha sempre la stessa frase madre:“Se lascio andare, succede qualcosa.”Non sai cosa. Ma lo senti.E siccome lo senti, torni a stringere.Stringi il telefono.
Stringi la conversazione.
Stringi l’interpretazione.
Stringi la strategia.
Stringi te stesso.
È per questo che “smetti di controllare tutto” non è una frase motivazionale.È una violenza al contrario.È toglierti una stampella che ti ha tenuto in piedi per anni.E la stampella, quando la togli, non ti lascia subito libero.Ti fa barcollare.Qui la gente si divide.C’è chi torna subito a controllare, più di prima, pur di non barcollare.E c’è chi resta un attimo nel barcollare e scopre che non muore.È un attimo.
Ma cambia tutto.
Perché in quell’attimo smetti di essere quello che gestisce e diventi quello che sente.E sentire è intollerabile solo finché lo eviti.Quando inizi a starci, ti accorgi che il controllo non era forza.Era paura organizzata.E allora capisci anche l’ultima cosa, quella che fa più male:tu non controllavi per ottenere qualcosa.Controllavi per non perdere te stesso.Solo che più controlli, più ti perdi davvero.Perché ti trasformi in una persona che non vive.Amministra.Amministra i rischi, le parole, le attese, perfino l’amore.E l’amore amministrato non scalda.Tiene.E a forza di tenere, prima o poi succede il passaggio inevitabile.Non perché sei debole.
Perché il corpo non può stringere per sempre.
Arriva un punto in cui la mano non ce la fa più.E non esplodi. Non ti rompi in modo spettacolare.Semplicemente, ti fermi.Ti blocchi.



Quando ti blocchiNon è un blocco teatrale.
Non è una scena.
Non è un “crollo” che si vede.
È uno stop interno.
È quando il corpo dice basta prima che tu lo dica con la testa.
Perché il controllo può raffinarsi all’infinito, ma non può durare all’infinito.
Prima o poi la mano che stringe si stanca.
E quando si stanca, non molla con grazia.
Si inchioda.
Il blocco è questo: un sistema che, non potendo più controllare, sceglie di non muoversi.Non decidi.
Non agisci.
Non chiudi.
Non apri.
Non parli.
Non vai.
Non resti.
Rimani sospeso.E da fuori sembri calmo.
Da fuori sembri “maturo”.
Da fuori, a volte, sembri persino indifferente.
Dentro invece è pieno.Pieno di impulsi contrari.
Pieno di frasi che vorresti dire e non dici.
Pieno di gesti che vorresti fare e non fai.
Pieno di scenari che partono e si schiantano uno contro l’altro.
È per questo che il blocco è così ingannevole: non è vuoto.È sovraccarico.Il corpo lo fa per proteggerti.Perché se ti muovi, rischi di sentire.
Se scrivi, rischi di esporti.
Se parli, rischi un no.
Se chiedi, rischi di essere troppo.
Se lasci, rischi il vuoto.
Se resti, rischi di perdere tempo.
E allora il sistema sceglie la cosa che sembra più sicura: nessuna scelta.Il blocco è una scelta travestita da immobilità.È la fuga più estrema, perché non puoi giudicarla.
Non puoi “correggerla” con un comportamento migliore.
Non puoi aggiustarla con una nuova strategia.
Ti prende.
E ti mette in pausa.
Ma non è una pausa sana.È una pausa armata.
Ti tiene fermo mentre dentro si combatte una guerra.
Qui è dove molte persone si confondono.Credono che il blocco sia la fine.In realtà è la soglia.Il punto in cui la vecchia identità non riesce più a reggere, ma la nuova non è ancora nata.
E in mezzo c’è quel posto che non sopporti: il non sapere.
Non sapere cosa fare.
Non sapere chi sei senza controllo.
Non sapere se verrai scelto.
Non sapere se perderai.
Non sapere se puoi fidarti.
Il blocco è il prezzo del “non posso controllare un finale”.Perché se non puoi controllarlo, almeno puoi sospenderlo.
E sospenderlo ti dà l’illusione di non perdere.
Ma ogni sospensione ha un costo: il tempo.E mentre sospendi, la vita va avanti.
Il lavoro va avanti.
Le persone vanno avanti.
Le occasioni vanno avanti.
E tu resti lì, convinto di essere prudente, mentre in realtà stai solo evitando il punto esatto che ti farebbe crescere.C’è un dettaglio che distingue il blocco dalla calma.La calma allarga.
Il blocco stringe.
La calma ti rende più presente nel corpo.
Il blocco ti rende più rigido.
La calma ti fa respirare più profondo.
Il blocco ti fa trattenere.
E la cosa più crudele è che ti sembra controllo.Ti dici: “Non faccio niente perché sono lucido.”Ma se fossi lucido, sentiresti.E invece non senti.
O meglio: senti troppo, e allora spegni.
Per questo il blocco non arriva quando sei debole.Arriva quando hai retto troppo.
Quando hai capito troppo.
Quando hai sistemato troppo.
Quando hai fatto “la cosa giusta” troppe volte senza che cambiasse nulla.
A quel punto la mente si stanca di essere adulta.
E il corpo si stanca di essere forte.
E il sistema fa l’unica cosa che può fare senza rischiare: si immobilizza.Il blocco è il punto in cui non puoi più fingere.Perché quando ti blocchi, la tua immagine non ti salva.
La tua strategia non ti salva.
La tua lucidità non ti salva.
Resta solo la verità, nuda.E la verità è che non hai paura di fare.
Hai paura di sentire cosa succede se fai.
È qui che il capitolo si chiude davvero.Perché tutto quello che hai chiamato fuga, controllo, eleganza… ti ha portato qui.Alla soglia in cui non puoi più scappare meglio.Puoi solo scegliere se attraversi.
O se rimani fermo a guardare la porta.